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Draft78

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  1. ...for completionism here is the Italian version (which, at times, seems to have been translated into Italian from Eng by Google): https://www.repubblica.it/robinson/2024/02/05/news/autechre_chi_e_il_gruppo_piu_misterioso_della_musica_contemporanea-422067024/ Venezia Bianco, bianco, bianco. Abbacinante. Luci puntate negli occhi. Nuvole di fumo bianco obnubilano la vista. L’epitelio olfattivo recepisce un odore dolciastro, come di una plastica aliena che dal naso passa alla bocca. E poi improvvisamente: nero. Buio. Qualcosa sembra sfasciarsi. Rumore lancinante. Borbottii. Scoppi. Esplosioni sintetiche. Rumori metallici. Dove siamo? Forse a Celestia, come direbbe Manuele Fior, che nel suo graphic novel dallo stesso nome trasporta Venezia in un non-luogo dove, tra calli e canali, si muovono criminali e giovani telepati: è questa la sensazione che si respira al live degli Autechre al Teatro delle Tese dell’Arsenale. Un incontro raro con il gruppo più influente della musica elettronica nell’ambito della Biennale di Musica Contemporanea. Come li definisce Valerio Mattioli nel suo saggio Exmachina (minimumfax, 2021): “Tecnocrati-stregoni dallo sguardo imperscrutabile, tenacemente concentrato sulla Grande Opera. Maniacali nei suoni, ossessivi dissezionatori di un suono che viene scomposto e ricomposto da ogni angolatura possibile fino a partorire stranianti architetture cubiste in un processo ipoteticamente infinito”. A cui il critico inglese Simon Reynolds aggiunge nel suo Energy flash (Arcana, 2010): “Quelle degli Autechre sono sculture sonore sgradevoli ma stranamente avvincenti, con astruse e spigolose concatenazioni di glifi sonori, blocchi di distorsione e campioni di suoni mutilati con sporadici sprazzi di luce”. C’è un alone di mistero intorno agli Autechre: poche foto e interviste, concerti nel buio totale, invisibili al pubblico, senza alcun bis. Eppure questa intervista, l’unica concessa, in un camerino monastico, durerà più di due (incredibili) ore da cui si capiranno molte cose: una vera e propria chiave interpretativa per accostarsi alla complessità della loro opera. Un’opera strutturata e ‘difficile’ derivante da un pensiero a sua volta complesso che ribalta stereotipi musicali e culturali ma che al tempo stesso fornisce non soluzioni ma piccole illuminazioni, idee su come musica e arte possano ancora illuminare una strada che sempre di più sembra tornare a una preistoria del modus operandi umano affiancata da una tecnologia sempre più avanzata: due elementi che secondo molti storici ortodossi non possono convivere ma previsti dalla fantascienza in modi diversi: dall’idea della ‘decadenza’ che ispira la definizione di ‘psicostoria’, elemento centrale della trilogia di Asimov al ‘Jahad butleriano’ (umani contro macchine) che porta al messianessimo e al misticismo del Dune di Herbert. La macchina e il suo linguaggio sono al centro del lavoro degli Autechre le cui influenze sono in realtà variegate: dal punk all’influenza del cinema più visionario da David Lynch a Tarkowskij. Il luogo non potrebbe essere più adatto. Una Venezia sospesa tra bellezza antica ma vista da un paesaggio industriale trasformato in luogo d’arte: le Tese Cinquecentesche che ospitano un teatro dal palcoscenico e la superficie modulabili, perfetta metafora dell’incontro uomo macchina. Sean e Rob si siedono su un divano vicino a una finestra che segnerà lo scorrere del tempo da una luce sempre più fioca al buio. Forse mi sbaglio ma credo che quello che voi fate abbia molto a che fare con il punk, come attitudine ovviamente, non musicalmente. Ho intervistato John Lydon qualche mese fa e il suo atteggiamento anche nei confronti del pubblico mi è sembrato molto vicino al vostro. Sean Booth: "Grande rispetto per John. Nel Regno Unito e non solo la sua influenza è stata enorme. Era una delle poche persone alla fine degli anni Settanta a dire davvero la verità, il che suona strano, ma anche nella scena musicale di allora, non erano molte le persone che lo facevano, e questo non solo nel mondo del pop ma anche nella scena punk. Molti volevano semplicemente venderti delle cose ma lui no. Era diverso. Non aveva filtri. E se qualcuno aveva delle aspettative, beh lui faceva esattamente il contrario. Dopo i Sex Pistols i suoi Public Image mi hanno fatto una grande impressione perché non ho mai visto nessuno fare quello che faceva lui. Non ho mai visto nessuno contestare ciò che diceva il giornalista che lo intervistava, andare in TV semplicemente per sfidare le persone". Rob Brown: "In pratica è stato lui a definire il punk ma il fatto interessante è che non lo ha fatto di proposito". S. B.: "Era come se punk eroinomani e hippie giocassero a inseguirsi". R.B.: "E in teoria erano avversari". S.B.: "Fondamentalmente ha capito come creare la propria libertà e ha avuto un'enorme influenza per noi ma anche per tutta la scena musicale indipendente dell'88. È una figura chiave: un sacco di cose mi sono rimaste impresse nel corso degli anni, come quando ha detto che nella tournée in America con i Pistols non gli piaceva il rapporto con il pubblico che si aspettava che lui indossasse certi vestiti o cose simili. Ma a lui non interessava compiacere il pubblico. Non voleva essere una celebrità. Pensava che l'intera idea di celebrità fosse ridicola e trovava ridicola questa relazione asimmetrica che hai con il pubblico dove loro sono laggiù e tu sei quassù e sei in un certo senso adorato: è stata una cosa enorme per noi. E così anche il modo in cui ha decostruito l'intero business del rock and roll degli anni Sessanta e Settanta, spiegando come fosse una specie di inferno futile e ridicolo. E infatti cosa c'è adesso? Gente fottutatamente viziata e autoriferita, cazzo! Il fatto che abbiamo iniziato ad uscire solo con le drum machine sul palco, deriva da questo”. Beh, voi proprio non interagite: non siete neanche visibili durante il concerto. S.B.: "Recentemente interagiamo di più con il pubblico (in realtà non si capisce come visto che nessuno li ha visti prima, durante o dopo il concerto, ndr) perché penso che siamo entrati in una nuova fase ma non vogliamo ancora stare su un piedistallo". Interagite con i fan usando i social media? S.B.: "Oggi il marketing te lo chiede continuamente e l’algoritmo ti favorisce per quanto interagisci, non importa quanto egualitario sia in teoria il social media che usi. Questo non mi piace: io non voglio avere opinioni su tutto e non voglio compiacere l’algoritmo. Nell’Internet degli inizi la maggior parte delle persone era anonima e nelle discussioni questo permetteva di focalizzarsi più sulle idee che sulla tua reputazione. Oggi, se sei molto famoso e dici delle cose da idiota, c’è il pericolo che le persone ti seguano comunque solo perché sei famoso mentre nell’altro contesto saresti solo un idiota. Quindi per me i social media hanno in pratica distrutto Internet". R.B.: "Il sistema cambia continuamente e la gente si adatta all’algoritmo così i musicisti diventano ‘music blogger’ o, se si mettono a parlare di tutto attraendo gente, ‘influencer’: tutto continua a trasformarsi ed evolversi velocemente, è una situazione liquida". S.B.: "Se usi il tuo vero nome devi difendere la tua reputazione. Non mi interessa: mi interessa avere buone informazioni. I social distruggono vite". R.B.: "Mastodon è ok: sembra il vecchio Internet, non è ancora pieno di idioti e a differenza dei social tradizionali non ha un proprietario, è open source, non raccoglie i dati degli iscritti, non ha pubblicità o algoritmi segreti che decidono cosa devi vedere ed è un luogo sicuro per comunità marginalizzate e molte di queste comunità mi piacciono. C’è molta attenzione a rispettare le altre persone, l’opposto di quello che è Twitter adesso". Perché non volete essere riconosciuti? S.B.: "Perché non ci interessa. Voglio andare in giro senza problemi e anche in un negozio di dischi, non voglio essere una fottuta celebrità". Dicevate che adesso comunicate di più col vostro pubblico: in che modo? S.B.: "Non so, è difficile spiegarlo, credo che sia una sorta di relazione attraverso la musica. Mi piace quando a chi ci ascolta piace quello che piace a noi. La nostra musica si basa sulla ricerca di quello che ci piace". E tra di voi come funziona? R.B.: "Allo stesso modo: alla fine degli anni 80 stavi seduto con i tuoi amici e quando sentivi un suono dicevi: ‘Wow!ì. Facevamo musica in casa senza usare grandi tecnologie ma c’era un senso tribale di appartenenza e anche di competizione con altri che facevano cose simili". S.B.: "Sono interessato a un tipo di musica che segmenta differenti livelli di comprensione, che consente di scavare fino a che trovi cose diverse che, improvvisamente capisci e che, a quel punto, cominci ad apprezzare". R.B.: "Credo che il modo con cui siamo cresciuti con la cultura che ci circondava abbia informato il vocabolario della nostra musica". Questo è il motivo per cui mi piace quello che fate: siete sempre in un altro luogo. S.B.: "Sì, questo ci porta sempre in qualche luogo bizzarro e inaspettato". R.B.: "Non è uno spazio insulare e non è quasi nemmeno rivolto verso l’interno perché esplode in forme forme diverse: sono come messaggi ad altre persone che possono decifrarli o che amano sviluppare gli strumenti per decifrarli". S.B.: "Non ho sempre avuto intenzione di parlarne con qualcuno ma c'è un di tema di abilità riguardo al potere evocativo del ritmo ed è un po' difficile da capire a volte. Ci sono alcuni dipinti di Dalì che puoi vedere in due modi: è una testa o è il frutto di un albero o… Quindi potresti essere in grado di passare da una visualizzazione all'altra e, a volte, potresti percepire un certo ritmo ma non ne sei del tutto sicuro perché sotto quel ritmo c’è un altro ritmo. Quindi all'inizio sembra un po' casuale, ma poi quando capisci dov'è il ritmo, all'improvviso tutto va a posto, ed è un po' come vedere all'improvviso la testa di Voltaire al posto delle due donne nella di Dalì (il riferimento è al quadro Mercato di schiavi con busto di Voltaire, ndr). Ci piacciono i ritmi al limite dell'essere comprensibili: è un po' lo stesso tipo di astrazione". Mi sembra di capire che gente come Brian Eno non sia un’influenza per voi… S.B.: "Ci sono aspetti che mi piacciono davvero e altri che non mi piacciono molto, è proprio come se, da un lato, fosse un'enorme gazza ladra che prende cose da altre musiche che ci sono in giro, e poi arriva con una sorta di retroscena su come l'ha inventata. Di quello farei a meno se devo essere onesto. Ma poi ci sono i suoi album come Music for films: ricordo quando l’ho sentito per la prima volta e ci sono così tante scelte strane nel modo in cui mette insieme le cose che non puoi fare a meno di esserne influenzato perché capisci che sta correndo così tanti rischi... Quindi penso che Brian Eno sia interessante ma solo quando non sta cercando di essere qualcun altro. Anche la sua musica ambient non è granché, On land è il suo lavoro migliore di quel tipo, ma Music for films è nella top ten dei migliori album di sempre per me". Le vostre prime tracce sono state pubblicate su un album del 1992 intitolato Artificial Intelligence. Adesso che ci stiamo davvero confrontando con l’AI che cosa ne pensate? S.B.: "È solo una bolla funzionale a quel fottuto capitale d’investimento che ci fluttua dentro: incasseranno e se ne andranno finché la gente non si renderà conto che non funziona. Almeno non nel modo in cui pensano. A un certo punto sarà utile per alcune cose ma usarla richiederà un certo grado di rigore e di responsabilità. Ma non penso che le persone siano rigorose". Voi la usate? S.B.: "Solo per alcune parti che possono essere utili per esempio per l’archiviazione. Possono permetterti di individuare 10.000 campioni di suoni dicendoti cosa sono: “questa è una grancassa”, “questo è un rullante” con un certo grado di precisione. E ti dirà anche se quel suono è o meno una grancassa o se forse è al 50% come una grancassa, ma c'è un 30% del suono che è un po' come un rullante, oppure se è altro ancora. Quindi puoi utilizzare questi programmi per classificare il tuo suono. Non si tratta esattamente di apprendimento automatico ma di quello che noi chiamiamo riconoscimento delle caratteristiche". Quindi cosa usate invece per lavorare? R.B.: "Usiamo Max/Msp (oggi è uno degli strumenti informatici più evoluti ed utilizzati tra coloro che a vario titolo si occupano di computer music, noto anche per essere estremamente difficile da usare, ndr) che è un software che ti permette di creare software". S.B.: "Non sembra proprio un codice, ma c'è del codice e ci sono dei pezzi in cui puoi scrivere codice". R.B.: “È ottimo. Ma se metti le cose in modo errato non funziona proprio". S.B.: "Sì, devi essere molto rigoroso. Fondamentalmente hai a che fare con blocchi che fanno delle cose e quindi ti connetti ad altri blocchi per fare cose diverse. Quindi è un po' come usare tanti piccoli frammenti di cose che sono già state codificate. Ma se vuoi, puoi anche creare i tuoi blocchi. Quindi puoi scrivere i tuoi blocchi, puoi approfondire molto e finire per progettare delle cose nuove. In pratica trasforma cose in altre diventando proprio come il codice". R.B.: "E puoi annidare circuiti all'interno di circuiti. Quindi un pezzo di questo software potrebbe essere aperto per mostrare altri pezzi tutti collegati. E poi all'interno di uno qualsiasi di questi pezzi potresti aprire ancora e vedere altri pezzi collegati. Quindi potremmo forse definirlo come una specie di linguaggio topografico 3D". Passate molto tempo a programmare? S.B.: "Sì, praticamente tutto il giorno tutti i giorni. Ma ci sono anche diversi aspetti in quello che facciamo: la parte di programmazione richiede una certa mentalità e poi però c’è l'ascolto vero e proprio, il come lavorare sulla musica e ascoltare le cose che funzionano è un'altra cosa. E, infine registrare è ancora un'altra cosa. Quindi lavorando a questi tre aspetti non mi annoio mai perché quando mi annoio di una cosa faccio una delle altre. E poi c’è il costante rapporto di feedback tra noi". R.B.: "Sì, ci sono parti in cui bisogna essere molto pazienti e meno creativi e parti in cui puoi ritornare a fare cose più divertenti: bisogna riuscire costantemente a tenere insieme queste due parti". Molti quando parlano di voi vi descrivono come una sorta di geni capaci di creare qualcosa di unico. S.B.: "Penso che l'unica cosa di cui abbia bisogno sia di essere critico rispetto a quello che faccio, quindi ho bisogno di qualcuno che dica sempre quello che pensa: è quello che cercavo di dire prima. Cerchiamo di mettere giù qualcosa e poi pensare: ‘Okay, cosa c'è di sbagliato in questo?’. E poi mi metto a lavorarci sopra chiedendomi: cosa avrei fatto per avvicinarmi a questo come se lo stessi leggendo o ascoltando come qualcosa che ha fatto qualcun altro? Ci vuole una sorta di distanza da sé. Non sto rimuovendo l'ego perché non è così semplice, ma è come criticarlo da una sorta di prospettiva diversa, come un outsider, e senza attribuire la mia personalità alla cosa". R.B.: "A volte è difficile tenere insieme la genitorialità, io ho due figli, e la vita lavorativa. Non c'è niente di peggio che trovarsi in una situazione familiare e ricevere messaggi per il lavoro che richiedono un pensiero molto astuto e molto attento perché devi cercare di mantenere il flusso della concentrazione". S.B.: "Io non amo avere continue interruzioni ma la differenza è che ovviamente posso spegnere il telefono o le chat se non voglio avere fastidi ma non puoi spegnere i ragazzi (ride, ndr)". Tutto quello che fate ha un notevole grado di complessità a partire dal nome. Cosa significa Autechre? R.B.: “Non ha un senso preciso ma credo che nasca da questo: dovevamo salvare molti file perché stavamo realizzando un demo e dovevamo dargli un nome e qualcuno disse letteralmente ‘‘questo è un suono ‘oou’’ e, siccome non c’era spazio per parole lunghe è stato catalogato come ‘oou’ ‘take one’, “take two’,’take three’: ‘oou-take-three’ suonava bene ed è diventato Autechre così lo abbiamo usato per il demo. E poi quando guardavamo la scritta ci piaceva, era una buona parola". S.B.: “A volte puoi arrivare a destinazione senza essere totalmente sicuro di come ci sei arrivato, ma semplicemente ti trovi davanti a una cosa che improvvisamente ti sembra davvero bello". R.B.: "E se è un processo personale, senti che quello che hai ottenuto è davvero tuo. Ci sono alcuni vantaggi nell'avere un nome unico perché significa che le persone ti possono trovare facilmente, ma allo stesso tempo Autechre è una parola strana che nessuno sa davvero neppure come pronunciare". S.B.: "Potevamo limitarci solo a formalizzarla all’interno della nostra strana famiglia. È stato deciso che noi l’avremmo pronunciata ‘Outechr’ l'unica vera qualificazione è che è così che noi lo pronunciamo ma semplicemente perché siamo di Rochdale. Si è creata questa assurda situazione per cui ci chiedono come pronunciarla ma ognuno può farlo come vuole, infatti i francesi la pronunciano in un modo e gli americani in un altro. Per me comunque la cosa interessante è la fine del processo piuttosto che l’idea iniziale: ho sempre pensato che le idee non fossero altro che semi che portano a far crescere altre cose". Questa tipologia di processo creativo mi fa venire in mente il modo in cui lavora David Lynch. S.B.: "Sì, David Lynch ha avuto un enorme impatto su di me perché penso che sia la prima persona a cui ho visto fare cose che non riuscivo del tutto a spiegare, ma che mi piacevano davvero. Ovviamente la maggior parte del cinema che ti viene presentato da bambino non va in quella direzione. Il primo autore che mi ha colpito in questo senso è stato Kubrick anche se lui sapeva molto di più su cosa stesse facendo e poi sono arrivati Lynch e Cronenberg. E dopo ancora Tarkovsky. Queste persone hanno premuto dei tasti in me. Non capivo davvero cosa stessi affrontando ma risuonava così tanto in me, sai? Quindi sì, quello è stato il punto di partenza. Non capivo quello che succedeva a livello razionale ma mi arrivava in un modo molto profondo. Una cosa come un sogno, un’esperienza che trascendeva le mie abilità consce, anche dal punto di vista linguistico perché se tu provi a raccontare un film di Lynch viene fuori solo qualcosa di noiosamente piatto. L’esperienza di ciò che scatena la visione non è raccontabile perché la trascende completamente. E questo è quello che ci piace anche nella musica". Nel frattempo è diventato buio. L’intervista doveva durare mezz’ora e il road manager è venuto più volte a segnalare la necessità di finire se si desiderava avere la possibilità di mangiare prima del concerto. Agli Autechre non interessava. Dopo la quarta volta, rassegnato, non è più tornato. Arriva il momento di salutarsi, semplicemente così come ci siamo incontrati: Sean indossa una felpa nera con un cappellino dello stesso colore che ha tenuto sempre addosso. Rob invece la classica divisa Autechre: un giubbotto tecnico nero NorthFace. Tra poco inizia il concerto, per loro ci sono ancora le ultime cose da sistemare. Fuori lo spettacolo de l’Arsenale di Venezia è incredibile. E quel senso di contrasto tra il ‘sabi’, il senso che il passato porta con sé incontrandosi e scontrandosi con l’architettura industriale che si riflette nella laguna introduce bene al mondo “bianco” che ci aspetta all’ingresso. Alle 21 esatte il concerto inizia. Dopo 75 minuti precisi, come da programma, il concerto è finito. Applausi. Le tenebre si dissolvono, ritorna il bianco accecante, il paesaggio alieno dell’inizio. Alcuni che non si aspettavano la massa di suono assordante che si è riversata su di noi al punto da sentire il corpo schiacciato dai bassi, sono fuggiti. Altri si guardano attorno spaesati. Molti si tolgono i tappi per le orecchie che, per fortuna, venivano distribuiti gratuitamente all’entrata. Gli Autechre sono scomparsi. Nessun bis, nessun incontro backstage. E nessuno di quelli che erano qui stasera probabilmente li dimenticherà. Non è stato un concerto normale ma non è stato neanche un incontro normale: le loro ultime parole aiutano a capire. Abbiamo assistito a una cosa che non è spiegabile razionalmente ma che continuerà ad echeggiare per molto tempo non solo nella memoria, qualcosa che parla più in profondità, all’inconscio. Un’esperienza fondante. Una sorta di training autogeno dove il bianco trascolora nel nero e il suono penetra nel tuo corpo e nella tua mente. Un’esperienza dove non c’è niente di mistico e nemmeno di rassicurante. Ma che vale la pena di fare. Luca Valtorta
  2. finding this in La Repubblica (one of the main national newspapers) is pretty unreal. At the next dentist appointment, in the inevitable hour of waiting, I will frantically browse through the basket of magazines hoping to find and steal the relic
  3. I'm just discovering this Alfaluna (aka Luana Fazzuoli), who has been waiting to be found since 1988. The epitome of what I expect cool from the past:
  4. 3 and 6 seem to draw from elseq 5 (freulaeux)
  5. Jacques - the morphing trip that starts at 1:02
  6. I realize that it had already been reported... yet the warp email arrived yesterday...
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